Guida alla lettura
Con pennellate dure ed essenziali, la poetessa descrive la vita di alcune anziane donne ricoverate in un ospizio: cupe nelle vesti nere, affamate di calore, abbandonate dai figli, “lontani e freddi come fotografie”, e da nipoti di cui non conoscono neppure il volto.
La sera, dagli stretti letti fra i quali la morte si aggira in paziente attesa, riesce però a emergere un sorriso. E questo è forse il tratto più sconvolgente, il vertice etico della composizione: perché quel sorriso umile e dolce ci conferma un amore che non viene meno, e così ci giudica in profondità, come la spada a due tagli che – secondo la Bibbia – è la parola di Dio.
Dedichiamo questa commovente e aspra poesia a tutte le madri dimenticate.
fragili come una terracotta antica
che un respiro potrebbe sbriciolare,
le vecchie strisciano fuori
a crogiolarsi su questi sassi o a sedere
con la schiena contro il muro
nelle cui pietre resta un po’ di calore.
I ferri della calza sono becchi d’uccello
in contrappunto con le voci;
figli, figlie, figlie e figli,
lontani e freddi come fotografie,
nipoti che nessuno conosce.
L’età riduce la miglior stoffa nera
al rosso ruggine o al verde dei licheni.
Al richiamo del gufo i vecchi spettri
vengono a spingerle via dal prato.
Da letti stretti come bare
sotto la cuffia le signore sorridono.
E la Morte, calvo avvoltoio,
aspetta nelle sale dove lo stoppino
si accorcia a ogni respiro.
Biografia
Talento precoce, Sylvia pubblica la prima poesia nel 1940, a soli otto anni. Nello stesso anno, il padre muore di embolia in seguito a un’operazione chirurgica. Questo evento segna profondamente l’equilibrio della bambina, che in età adulta soffrirà di una grave forma di depressione alternata a momenti di intensa vitalità creativa.
Nel 1953 compie il primo tentativo di suicidio, cui segue il ricovero in un istituto psichiatrico, dove le viene diagnosticato una patologia nota come “disturbo bipolare”. Uscita dall’ospedale si laurea, con lode, nel 1955. Pochi mesi dopo ottiene una borsa di studio per l’università di Cambridge, dove approfondisce gli studi e continua a scrivere poesie. Al campus conosce il poeta inglese Ted Hughes, che sposa nel 1956 e dal quale avrà due figli, Frieda Rebecca e Nicholas. Nei tre anni successivi, insegna allo Smith College.
Trasferitasi con il marito in Inghilterra, Sylvia pubblica nel 1960 la prima raccolta di poesie, “The Colossus”. L’anno dopo subisce un aborto spontaneo: diverse liriche fanno riferimento a questo evento. Il matrimonio si incrina, anche per un tradimento di Ted, e la coppia finisce per separarsi.
Apparentemente rasserenata, Sylvia si stabilisce a Londra con i figli. Ma l’inverno del 1962 è per lei molto duro, con frequenti ricadute nella depressione. Nel gennaio 1963 pubblica con lo pseudonimo di Victoria Lucas il romanzo “La campana di vetro”, in cui descrive la crisi che l’aveva colpita nel 1953. Un mese dopo si toglie la vita, soffocandosi con il gas.
Vincitrice del Premio Pulitzer nel 1982, Sylvia Plath è ricordata come una delle più grandi poetesse statunitensi del Novecento.